Abolito il libero arbitrio? .. [esplorazione degli spazi duali fino a oltre la logica di Aristotele, laddove A=/=A]-[studi di filosofia]

siamo liberi?

siamo liberi?

From: "amleto_il_danese" <http://www.italylink.it/>
Newsgroups: it.cultura.filosofia
Subject: Abolito il libero arbitrio
L'Espresso, 19.08.2004

CERVELLO / LA PROVOCAZIONE DI UNO SCIENZIATO

Abolito il libero arbitrio

Avere fede. Portare la minigonna. Fare sport... Sono scelte condizionate
Imposte da ormoni e neuroni. Un celebre studioso spiega perché

colloquio con Wolf Singer di Myriam Muhm

Uccidere, avere fede in Dio, preferire la minigonna ai pantaloni, tradire un
amico, scegliere un cibo o un programma televisivo. Insomma, la nostra vita,
come espressione, ci spiegano millenni di filosofia, dell'umano libero
arbitrio. E invece no: secondo le più recenti ricerche scientifiche sul
cervello, secondo cui ogni essere umano sarebbe il contenitore di un codice
genetico, di una programmazione cerebrale e ormonale di base, su cui si
andrebbero a incastonare le esperienze vissute. Il risultato è un mix
chimico che ordina e regola ogni nostra azione. Al punto da trasformarci in
una sorta di marionette. Ne abbiamo parlato con il paladino di questa nuova
teoria, il guru europeo della neurofisiologia Wolf Singer, direttore
dell'istituto Max Planck a Francoforte.

In base a cosa i neurofisiologi affermano che noi esseri umani siamo privi
del libero arbitrio?

«I neurobiologi e i neurofisiologi hanno dimostrato, con una quantità di
prove scientifiche, che comportamenti, sentimenti ed emozioni umane sono
indotti da processi neuronali. E questo ci permette persino di prevedere,
quando osserviamo il cervello degli animali, il comportamento che essi
adotteranno. Nel cervello dell'essere umano ci sono gli stessi neuroni e le
stesse sostanze presenti negli animali. L'unica diversità è che nel cervello
umano aumenta il numero di cellule e la complessità delle connessioni
neuronali. Tutto quel che pensiamo è il risultato di processi che vengono
condizionati da moltissimi fattori: ormoni, neurotrasmettitori, connessioni
sinaptiche per citarne solo alcuni, e proprio questi fattori determinano il
comportamento di una persona».

Cosa può modificare, allora, il comportamento di una persona?

«È ovvio che un minimo mutamento della composizione delle sostanze nel
cervello, indotto da uno stress o da uno squilibrio ormonale, possa spingere
l'individuo, in modo inconsapevole, ad adottare l'una oppure l'altra
decisione».

Karl Grammer, dell'Università di Vienna, sostiene che per una donna
scegliere di indossare una minigonna piuttosto che un pantalone dipende in
larga misura dal ciclo ormonale. Lo ritiene possibile?

«Certamente. Questo presunto atto di libera volontà segnala che la donna
vuole attirare l'attenzione proprio nel momento in cui è fertile. Ossia, il
cervello le impone di mostrarsi più disponibile per avere maggiori
opportunità di scambio sessuale e dunque di occasioni riproduttive. Tutto
questo con la convinzione di aver compiuto un atto di libera scelta ».

Quando si dispone di diverse alternative, spesso si sceglie quella che ci
appaga di più. Secondo lei anche questo indica che siamo governati da una
volontà aliena?

«Nel cervello ci sono dei sistemi di ricompensa che influenzano il
comportamento e inducono il soggetto ad adottare quelle azioni che possono
garantire la migliore sopravvivenza dell'organismo e della specie. Questi
sistemi producono sostanze, simili agli oppiacei, che danno piacere e che
vengono immesse nell'organismo quando l'individuo compie un'azione
conveniente alla sopravvivenza sua o della specie. Il sistema è calibrato a
tal punto che la quantità di soddisfazione emozionale che si prova, una
volta placato il senso di fame e di sete o il desiderio sessuale, è regolata
secondo l'intensità del bisogno accumulato. Non ci sforzeremmo di trovare
del cibo o di fare l'amore se non provassimo piacere per le attività che ci
assicurano la sopravvivenza. L'evoluzione è stata eccezionale
nell'instaurare il piacere come sistema di ricompensa, per spingerci ad
appagare i bisogni fisici e mentali e a prendere certe decisioni».

L'essere umano ha la possibilità di scegliere tra due o più opzioni: non
crede che questa sia già una forma di libero arbitrio?

«Io non chiamerei questa possibilità di scegliere "libertà". La definirei,
piuttosto, uno "spazio di possibilità". Ma ciò che ci induce a scegliere
quale delle possibili opzioni mettere in essere, dipende dall'organizzazione
del cervello, delle sue varie parti, da fattori come gli ormoni e altre
sostanze».

Non pensa che sia riduttivo per la dignità umana azzerare il libero
arbitrio?

«Possiamo continuare a parlarne, purché siamo consapevoli che è un
illusione. Ma non è così, perché la maggior parte delle persone segna una
netta linea di demarcazione tra lo spirito e il corpo. Eppure, gli
esperimenti di Benjamin Libet, ad esempio, riprodotti recentemente con
tecniche più raffinate, mostrano chiaramente che la preparazione di tutti i
processi mentali inizia in una fase precedente al nostro esserne
consapevoli».

Allora siamo automi inconsapevoli?

«Inconsapevoli lo siamo a tal punto che, come ha scoperto Charles Winick
della City University di New York, l'uomo ha un rapporto con la televisione
simile a quello di un tossicodipendente con la droga o l'alcol. La
televisione ha conseguenze assai gravi: oltre a portare lo spettatore verso
uno specifico punto di vista, lo induce ad accettare l'immagine che sta
guardando, in tutta la sua interezza. Poiché l'ambiente e gli oggetti
mostrati sono stati selezionati da altri, lo spettatore è spinto a una
percezione passiva. E questo è dannoso. È stato poi osservato che i bambini
sono magnetizzati dalle immagini montate in rapida successione, una velocità
devastante per il cervello che disimpara ad allungare nel tempo la propria
capacità di attenzione e concentrazione. Nelle giovani generazioni viene a
mancare persino quella minima concentrazione necessaria a seguire discorsi».

È addirittura in pericolo lo sviluppo cognitivo delle future generazioni?

«Il compito della neurobiologia è quello di far comprendere, a chi è
responsabile dell'educazione e della formazione dei bambini, che il
cervello, fino alla pubertà, ha un immenso potenziale di sviluppo.
Scienziati ed educatori devono cooperare, nel porre la massima attenzione ai
primi anni di vita, affinché quelle connessioni, quelle strutture pronte per
porre domande all'ambiente, ricevano risposte adeguate. Per questo la
Pontificia Accademia delle Scienze ha voluto fare un convegno sulla
"neuroeducazione"».

I professori Persinger, Newberg e D'Aquili hanno scoperto che vi sono delle
aree specifiche nel cervello deputate alla percezione di stati
mistico-religiosi, aree che il neurobiologo V. S. Ramachandran ha definito
"il modulo di Dio". Ci crede?

«Sia il fascio mediano del prosencefalo, l'area del cervello che ci fa
sentire in completa armonia, sia altre aree come il lobo temporale sinistro,
permettono di avere sensazioni metafìsiche, sono le aree del cervello che ci
fanno sentire un tutt'uno con l'universo. Stimolando quest'area in alcuni
volontari, come ha fatto Persinger con uno stimolatore magnetico, si ha la
sensazione di essere parte dell'immensità, sensazione che viene percepita
come dono divino, ma che in realtà è solo un'induzione dei neuroni del
nostro cervello».

E Dio?

«Quando noi sovrapponiamo alla sensazione di espansione nell'immensità, le
nozioni culturali sulla divinità, otteniamo il concetto di Dio a noi
insegnato. In realtà è un costrutto culturale che in altre culture trova
spiegazioni diverse. Chi medita, per esempio, e lo ha dimostrato Newberg,
pur provando queste sensazioni, non riferisce di aver avuto contatto con
Dio, ma solo di aver sperimentato un senso mistico di unione con l'universo.
Dunque, non esiste una zona cerebrale dedicata a Dio, ma solo un'area che
permette una sensazione di espansione del proprio io, privo di confini
fisici, nello spazio».

Lei ha scoperto che la consapevolezza di sé non occupa un luogo specifico
nel cervello, ma che è il risultato di una sincronicità dell'attività
neuronali. Come si spiega?

«Nel nostro istituto a Francoforte abbiamo studiato come l'attivazione dei
neuroni in risposta agli stimoli esterni si sincronizza. E i risultati
mostrano che nel cervello non c'è un centro nel quale confluisca questa
attività, un centro anatomico dove l'Io abbia completa percezione della sua
esistenza. Il cervello è un sistema decentralizzato nel quale le sensazioni
e gli stati mentali si formano dopo una specie di concorrenza tra le varie
interpretazioni dei diversi segnali ricevuti. Ci illudiamo di decidere, in
realtà le decisioni vengono già stabilite dal cervello».

cit:

http://www.italianieuropei.de/muhm/20040819-muhm.html

risponde Abelardo Golia:

… si attende voto di fiducia.
Ma la fiducia si decide di darla e poi si da’ o si da’ e poi si decide di darla?
E una donna? Prima te la da’ e poi decide di dartela, o decide di dartela e poi te la da’?
E se per caso insiste a non dartela? Continua a decidere di non dartela e continua a non dartela, o continua a non dartela e continua a decidere di non dartela?
Acc… ho scritto questo prima di decidere di scriverlo!
Scusatemi… ma mi raccomando: prima scusatemi e poi decidete di scusarmi.

Abelardo

Re: LA abolito per decreto… [chi ha deciso che necessitava decretare? .. il caos?]

risponde Lino Cibernetico:

Tocchi un tema -caro Loris (Abelardo)- apparentemente nuovo, ma è il tema che io classifico come “dove sono le idee prima di averle pensate?”

In punta di logica:

1) le idee sono scritte nello stato precedente della nostra dimensione ed è inelluttabile il futuro.

2) (vel) oppure le idee NON sono scritte nello stato precedente della nostra dimensione e quindi non c’è un solo futuro.

Ciascuna delle due ipptesi precedenti andrebbe dimostrata, ma non crea gli stessi scenari di logica.

Nel caso 1 basta rilassarsi ed aspettare la morte, poiché la vita è priva di senso, essendo ineluttabile.

Nel caso 2 c’è in corso una ordalia in cui ogni ente sfida le leggi della fisica e anche Dio, ed di futuri non ce ne è uno solo, se siamo liberi e connotando scegliamo il nostro id, id-enti-ficandoci.

Saluti

risponde Abelardo:
Naturalmente, caro Lino, condivido la 2., lasciando ai deterministi assoluti la 1.
Anche se, e’ da precisare, che cosi’ il problema e’ visto nella sua sezione ideale, adombrando quella materiale. Io non credo a un dualismo *ontologico* mente/cervello, ma a un dualismo linguistico si’.
Un saluto,
Loris

risponde Lino Cibernetico:
Re: LA abolito per decreto… [esplorazione degli spazi duali fino a oltre la logica di Aristotele, laddove A=/=A]

Grazie al tuo amore per la logica siamo quindi giunti ad una verità una, la stessa almeno per te e per me, come pura congettura da verificare.

Mi sta anche bene il concetto che la 1 è il determinismo: l’universo di Laplace.

Sulla tua precisazione:

Avevo circa 33 anni quando studiai gli spazi duali all’università, (perché mi sono laureato a 33 anni nel 1990).

Tocchi quindi -nell’esame degli “spazi duali”- un argomento che io sento molto, per molte ragioni che ora sarebbe troppo lungo esaminare.

Il mio esame mi dice che gli spazi duali, come modello, sono ciò che tu stesso proponi: una costruzione ideale.

Ma come ogni idea -gli spazi duali- trovano una loro razio per una questione funzionale: servono a qualcosa e quindi si fa la fatica di pensarli e organizzarli.

A cosa servirebbero -allora- gli spazi duali “(1)oggetto cervello & (2)idee”?

Ossia a cosa serve guardare non solo i bit di una memoria come hardware ma anche cosa significano quelle stringhe da un punto di vista del software?

Nello scorporare una coppia di mondi come due anelli di una catena strettamente collegati, a mio avviso, si possono -se si vuole- andare a scoprire gli altri anelli di quella catena di cui la coppia duale è solo un frammento.

E quindi nel meraviglioso “gioco delle perle di vetro” di Hesse notare che quella collana di perle (o concatenazione di anelli) è lo stesso legame di causa ed effetto che lega ogni causa ad un effetto.

Oppure -come si esplora in oriente- che non è la causa che genera un effetto, ma che un effetto impone una causa.

Bene, ma cosa è tutto ciò se non risprofondare nelle sabbie mobili di un determinismo assoluto pretendendo di tirarci fuori come il barone di Munchausen (ossia senza la logica)?

Io penso che il problema sia formalizzabile in un altro dualismo:

1. la scienza (il determinismo) ti spiega un “per come”

2. la filosofia ti spiega un “perché”

Vediamo la diversità con un esempio:

Ho sentito una intervista ad un fisico, in tv, e gli si chiedeva:

“Perché il nostro universo ha avuto un big bang?”

Ed il fisico ha risposto con un “per come” (un racconto di eventi “per come” si sarebbero svolti nella successione temporale), almeno per t>0.

Hanno intervistato un economista:

“Perché la borsa oggi è crollata?”

E l’economista ha risposto con un per come descrivendo quello che era successo come una insieme di fotogrammi in cui era lo stato s(t0) a generare lo stato s(t1).

Quindi abbiamo scoperto un fatto importante non esiste un perché nella scienza, ma solo un “per come”.

Esiste un per come in quanto la scienza è deterministica! .. e non potrebbe essere diverso in un contesto in cui si teorizza già per modello la indifferenza di chi esegua la misura e che possa essere

A=A

Quell’A=A teorizza che si possa eleggere un oggetto a campione e se ne possano costruire di simili fino a potere trascurare la distinguibilità.

Certamente è un grande atto di amore a interagire con tutto e con tutti tanto che tutti si possa fare e tutto si possa capire.

Ma nelle ultime scoperte della scienza che si interroga di come accedere ad altre dimensioni non oggettive ma soggettive rimane il problema se ciò che sia fuori della scienza -allora- non esista perché è irripetibile?

(more info al link seguente sugli avanzamenti della teoria del tutto)
http://www.psicoingegneria.it/docs/Noetica_&_Cybernetics_30-12-09-13-53.pdf

Quindi la scienza -per sua stessa ammissione di fondazione si interessa solo dei fenomeni che si possano approssimare come ripetibili.

E se la realtà -invece- fosse sempre irripetibile(?), nella sua sostanza minuta, una volta che si sia alzato il velo delle approssimazioni?

Si spiegherebbe, allora, come primo risultato notevole del perché le misure siano sempre affette da errore e non solo per problemi di errore involontario o di disturbo, ma strutturalmente richieda la scienza di un “carattere autocorrettivo” come Popper cercava per quale ragione necessiti.

La ragione sarebbe che abbiamo cercato di fare due cose come se fossero indistinguibili, ma persino “la A a destra” -> “è a destra”, e “la A a sinistra” -> “è a sinistra” in

A=A

persino nel modello astratto! (quindi distinguibili e non lo stesso ente).

: – )

Quindi dovremmo fare un salto di capacità ideativa, per scoprire le altre dimensioni di un reale che sia soggettivo e non solo oggettivo, (oggettivo lo rimane come approssimazione).

Che un oggetto può senzaltro approssimarsi, ma una soggettività è a sua volta mettersi nei panni degli altri, segno -in neuropsicologia cognitiva- di equilibrio mentale .. ma lapalissianamente una grossa approssimazione riconoscendo la unicità, irripetibilità, irrinunciabilità di ciascun ente a dire le cose che abbia da dire osservabili e raggiungibili solo dall’ente stesso nel modo di dire dell’ente stesso!

Quindi più che un altra stanza (della nostra ultima discussione del modello delle tre stanze[materia/mente/spirito]) -quella dove i fenomeni sono “incausati”(la stanza della percezione spirituale o misitca)- esistono dimensioni in cui si riesce a capire che la realtà è deterministica solo come prima approssimazione di una schematizzazione in cui la logica è fondata su

A=A

nel senso di indistinguibilità potenziale delle due A ..

Ma! .. dove lo spazio di astrazione ci dica che questa è solo una approssimazione -allora- siamo nello spazio dei *per-ché* e non semplicemente nello spazio dei per come..
(per *chi* è, e non solo del per come è, aggiungendo importanza alla soggettività di quel *chi*, specificatamente, sarebbe attore di un a causa con il suo volere e non solo con il suo esserci).

Poiché sapremmo distinguere *ogni A* come unico irrinunciabile ed irripetibile e solo _approssimativamente_ equivalente.

Ecco allora che la mistica è l’indagine del mysterium  -campo proprio anche della scienza- che sarebbe inutile -sia la scienza che la mistica- se dovesse/dovessero solo pronunciarsi sul già noto usando strumenti diversi (metodo oggettivo la scienza/ metodo soggettivo la mistica].

nel dominio della scienza una epistemologia basata sul pensare che gli atomi siano tutti uguali e la realtà una sorta di lego di cui si potranno scoprire -prima o poi- tutte le leggi della scatola delle istruzioni nel gioco del grande orologiaio.. ma orologiaio terzo al gioco e a i suoi enti ..

oppure
nel dominio della mistica e dell’eureka! laddove le idee non sono ancora state pensate ..

che il grande gioco delle perle di vetro ci mostra una trasparenza (le perle sono di vetro ed il vetro è solo circa trasparente) ..

ma una analisi più minuta ci dice che approssimando volevamo sapere ed abbiamo solo ricostruito un apparente perché, ma in realtà solo un per come, sempre che quegli eventi siano ripetibili anche approssimando.

La chiave -quindi- (secondo me) è superare la logica del

A=A

Senza disprezzare il determinismo che è un grande atto di amore che tutti si possa capire e dire, laddove lo stesso linguaggio è senzaltro un desiderio di dire a tutti, come prima approssimazione.

Ma potremmo noi dire che una tendenza del linguaggio non sia anche nascondere ciò che si dice anche solo perché nel dire si trascura tutto ciò che originava quel dire?

Perché allora illuderci che il reale sia raccontabile tutto bello squadrato con tanti mattoncini uguali dove ogni costruzione sia ripetibile da tutti?

Perché ciò è possibile se si accetta il dolore di approssimare e dell’errore, in modo magari che l’errore sia confinabile in un livello di “confidenza” limitato e non sia un orrore.

Ma ora, dopo questa breve analisi si dovrebbe capire che il concetto di “incausato” non è esterno al reale, ma vi è *strettamente* interno -> _sempre_ .. visto che ogni ente potrebbe essere unico, irrinunciabile, irripetibile.

L’*incausato* come condizione quindi ordinaria e non facilmente contemplabile perché la nostra mente tende a semplificare per gestire la complessità che la circonda.

Grazie di questo dialogo : – ) e di questa esplorazione non solo degli spazi duali ..

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